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SUGGESTIVA IPOTESI SUL SOGGETTO DEL CAPOLAVORO

L’ignoto di Antonello?
Forse è un vescovo

Quasi mai la letteratura e la critica d’arte si sono ritrovate d’accordo sulla storia ma soprattutto sul soggetto rappresentato nel celebre Ritratto d’uomo di Antonello da Messina, fiore all’occhiello del museo Mandralisca di Cefalù. Un marinaio, come ipotizza Vincenzo Consolo nel suo romanzo storico sul barone? Un aristocratico o comunque un uomo di potere, come credono gli storici dell’arte? All’interrogativo che arrovella il mondo culturale Leonardo Sciascia aveva dato l’interpretazione più semplice ma anche più problematica ricorrendo al gioco delle somiglianze. «A chi somiglia l’ignoto del museo Mandralisca? Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente somiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un uomo onesto o un gaglioffo? Un pittore un poeta un sicario? ‘Somiglia’, ecco tutto».
Il mistero, che resiste da cinque secoli e mezzo, pare vicino a essere finalmente svelato. Ma siccome occorre in questa materia procedere con ogni cautela possibile diciamo che la soluzione sarebbe a portata di mano. Lo sostiene Repubblica che in un servizio di Tano Gullo anticipa i risultati di una ricerca di tre studiosi: Sandro Varzi, che è un operatore del museo, il figlio Salvatore e lo scrittore Alessandro Dell’Aira.
La ricerca sulla vera identità dell’ignoto protagonista, ripreso in un sorriso beffardo e ironico, è ripartita in occasione dell’esposizione dell’opera nella mostra su Leonardo ospitata nel 2015 a Palazzo Reale di Milano. Al ritorno a Cefalù il quadro è stato sottoposto a un check-in molto accurato e in questa occasione è stata rilevata una traccia che nessuno aveva fino a quel momento studiato: si tratta di un sigillo, che presumibilmente risale al 1738, con gli emblemi vescovili. La ricerca è risalita alla figura di Giuseppe Pirajno, un avo del barone Enrico, che è stato vicario di tre vescovi a Cefalù. Un personaggio potente e influente tanto da avere la potestà dell’uso del sigillo episcopale. La presenza del sigillo e la sua datazione al 1738 dimostrerebbero intanto che il capolavoro di Antonello fosse già nella materiale disponibilità della famiglia del barone prima del 1860, l’epoca alla quale Consolo fa risalire l’arrivo del quadro a Cefalù. Ma così cade anche quel passaggio letterario che fa risalire la provenienza del quadro dal negozio di uno speziale di Lipari, paese di origine della moglie del barone Enrico, da dove sarebbe stato prelevato dopo che la figlia del farmacista l’avrebbe sfregiato in un momento di isteria. In realtà la ricostruzione di Consolo nel suo bellissimo libro è da considerare frutto di una suggestiva elaborazione letteraria, essendo stato già accertato che a Lipari non c’è mai stato uno speziale di nome Carnevale.
Ripercorrendo le tracce di quel sigillo, Sandro Varzi è arrivato alla figura di Francesco Vitale (o Vitali), un vescovo-ambasciatore di Cefalù di origine pugliese che fu anche precettore di Ferdinando II d’Aragona. Vitale (o Vitali) restò in carica tra il 1484 e il 1492, anno della sua scomparsa.
Qui la ricerca si inoltra su un terreno dove le certezze sfumano un po’. Sandro Varzi, che è uno studioso preciso scrupoloso e competente, riprende un’altra traccia, quella di un quadro che raffigura Ferdinando conservato negli archivi della curia cefaludese. Nella tela Ferdinando indossa abiti simili a quelli con cui è abbigliato l’ignoto ritratto nella tavoletta custodita al museo Mandralisca. Solo un potente come Vitale poteva indossare abiti simili. E dunque l’enigma trova una chiave di soluzione. Appunto, una chiave non certo la soluzione definitiva.
E quale sarebbe il legame tra il vescovo Vitale e Antonello da Messina? Nel libro che i tre studiosi si apprestano a pubblicare per le edizioni Torri del Vento è delineata una risposta che Repubblica riporta in questo modo: “Probabilmente Vitale conobbe Antonello a Venezia, dove il pittore era all’opera intorno al 1476. Ovviamente il vescovo portò il ritratto. Bisogna considerare che solo personaggi facoltosi potevano permettersi un quadro del messinese. Altro che marinaio. Individuato il protagonista, i tre autori dell’indagine si mettono al lavoro per trovare altri elementi per convalidare la loro ipotesi. Scoprono delle tracce utili in sette medaglie rinascimentali dedicati al Vitale, in disegni d’epoca in cui ritrovano le fogge del vestito dell’ignoto, e in un incunabolo in cui c’è la prova che Vitale morì a Cefalù”.
L’indagine dunque mette insieme una serie di indizi e apre una strada per la soluzione di un enigma della storia delll’arte che resiste da oltre quattro secoli. Ma la soluzione può arrivare quando gli indizi diventeranno una prova.
27.03.2017

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